Origini di riti e conforti nelle confraternite “di giustizia” nel medioevo.
Nelle città medioevali – ma la pratica rimase in uso per secoli – i corpi dei giustiziati venivano lasciati esposti presso i patiboli al fine di costituire un esempio fortemente dissuasivo.
Questa prassi si scontrava però con una paura insita nell’uomo e fortissima in quello del Medioevo: il timore del revenant, termine che denota un individuo deceduto in modo violento o che si sia macchiato di una terribile colpa e che per questo motivo sia condannato a ritornare sulla terra con l’aspetto del cadavere in decomposizione.
Il giustiziato incarnava perfettamente tale credenza poichè – essendo stato strappato violentemente alla vita – poteva munirsi in figura terrifica, non un fantasma ma un “ morto vivente “ costretto a non avere pace e a non concederla ai propri carnefici.
Per questo timore i patiboli venivano sempre eretti al di fuori delle mura cittadine: si voleva infatti espellere dall’ambito urbano il giustiziato e perciò le leggi prescrivevano con precisione la distanza del luogo del supplizio della cerchia muraria.
Era necessaria una posizione ben visibile affinché l’esecuzione sortisse l’effetto di monito, ma insieme lontana dal più ristretto territorio civico per evitare pericolose contaminazioni.
Anche a Ferrara i patiboli erano collocati fuori dalle mura, nel cosiddetto “Prà della Trappola” (= forca) e successivamente in Piazza Travaglio, nei pressi di Porta Paula, che nel nome ricorda tale consuetudine.
Ma l’ubicazione esterna alla cinta muraria non era sufficiente per aiutare a superare la credenza del ritorno dei morti, e nel XIV secolo si cominciò ad avvertire la preoccupazione dei corpi dei condannati lasciati sul patibolo, e a ritenere come necessaria un’opera di pietà, quella di seppellirli.
Fu proprio il timore conseguente all’abbandono dei resti mortali dei giustiziati presso il luogo dell’esecuzione all’origine della fondazione delle confraternite dette “di giustizia”.
Inizialmente tale mansione fu considerata una delle svariate opere caritative di cui i sodalizi si facevano carico, mentre in seguito- nell’ambito anche di una progressiva specializzazione delle attività filantropiche - divenne peculiare di compagnie erette a tale scopo.
Se le più antiche espressioni del movimento confraternale furono sodalizi di “laudesi”, i cui membri accompagnavano con laudi le funzioni, successivamente vennero fondate soprattutto compagnie di flagellanti.
Il mutamento è da mettere in relazione sia con le brutali lotte cittadine, che con le terribili epidemie pestilenziali del Trecento.
Il sorgere di questo genere di confraternite di penitenza conseguì all’interpretazione della moria e delle violenze come castighi divini, determinati dal malvagio comportamento degli uomini.
Si riteneva cioè che l’espiazione dei peccati attraverso la mortificazione avrebbe potuto arrestare il flagello della peste e porre fine ai feroci conflitti civici.