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FERRARA
dal 28/05/2010 al 31/12/2010
Breve nota dal "Viaggio in Italia" padova ferrara firenze di Théophile Gautier (1850)
[omissis]

Ferrara si erge solitaria al centro di una pianura più ricca che pittoresca. Appena vi si giunge dal corso principale, che conduce nella piazza, l’aspetto della città è imponente e monumentale. Un palazzo con una grande scalinata occupa l’angolo dell’ampia zona; deve servire da palazzo di giustizia o da municipio, dato che gente di ogni ceto vi entrava e usciva dalle grandi porte. Il Palazzo Comunale fu residenza ducale, dopodiché venne radicalmente trasformato ed ora presenta un loggiato cinquecentesco su Piazza Savonarola e, di fronte alla cattedrale, un corpo ricostruito in stile medievale. Nella corte ducale, l’attuale Piazza del Municipio, vi sono lo scalone coperto, eretto da Pietro Benvenuti degli Ordini nel 1481, ed alcune finestre trilobate. Mentre passeggiavamo [io ed il mio amico Lois de Cormenin] per la strada per soddisfare la nostra curiosità, a spese dell’appetito e rubando, all’ora fissata per il pranzo, quaranta minuti per deliziarci la vista e compiere il dovere del viaggiatore, una strana apparizione si presentò improvvisamente dinanzi a noi, tanto inattesa quanto può esserlo un fantasma in pieno sole. Si trattava di una specie di spettro mascherato di nero, con la testa infilata in una buffa nera, il corpo avvolto in un saio o piuttosto in un domino violetto, orlato di rosso, con una croce rossa sulla spalla, un crocefisso di rame giallo appeso al collo, una cinta rossa, che scuoteva silenzioso un cofanetto di legno, una cassetta portatile per chiedere l’elemosina, che produceva un fruscio di monete. Lo spaventapasseri, che di un essere vivente aveva solo gli occhi che si vedevano brillare attraverso i fori della maschera, agitò due o tre volte davanti a noi il salvadanaio in cui, spaventati a morte, lasciammo cadere una manciata di baiocchi, ignorando per quale opera di carità il lugubre questuante mendicasse. Riprese il cammino senza proferir parola, con un sinistro e funereo rumore di ferraglia e di soldi, porgendo la scatola, nella quale ognuno si affrettava ad introdurre una monetina.
Chiedemmo a che ordine appartenesse quel fantasma, che ostentava il terrore delle visioni notturne alla pura luce del sole e portava sulla strada l’incubo dei sonni agitati. Ci dissero che era un penitente della Confraternita della Morte, che andava alla questua per acquistare bare e dire messe per quei poveracci che dovevano essere fucilati proprio in quel giorno - non sappiamo se briganti o repubblicani. I penitenti hanno il triste e caritatevole compito di accompagnare i condannati a morte nel luogo del supplizio, di sostenerli nell’angoscia suprema, di rimuovere dal patibolo i corpi mutilati, di deporli nella bara e di dar loro cristiana sepoltura. Sono cittadini votati per pietà a tali penose funzioni, che così uniscono una nota di tenerezza, pur sempre velata e mascherata, ai freddi ed implacabili sacrifici della giustizia. Questi spettri impediscono in parte al prigioniero di vedere il boia. È la timida protesta dell’Umanità. Sovente le suore di carità del patibolo si sentono venir meno e sono più provate di colui che è punito con la morte.
Non è certo questo il luogo più adatto per discutere o meno sulla legittimità della pena di morte.
Voci più autorevoli della nostra hanno esposto, con maggior logica ed eloquenza, i pro e i contro.
Comunque, visto che questa orribile tragedia giudiziaria perdura, ci sembra che la messinscena (scusate il termine) debba essere la più terrificante possibile. Non si tratta di far cadere furtivamente la testa del colpevole, operazione che non serve a nulla, bensì di dare un esempio terribile che agisca sull’immaginazione e la trattenga dall’inclinazione al crimine. Secondo noi, tutto l’apparato lugubre deve essere realizzato al fine di accrescere l’effetto di quel dramma cruento ed imprimerlo nella mente degli spettatori, attraverso tale tremende immagini. È necessario che il terrore plastico si coniughi con quello morale. Figuriamoci degli Arcidiaconi violetti, con in mano fiammeggianti ceri, che camminano in due file, a fianco del condannato livido! Ad essere più precisi, si potrebbe dire che sono personaggi degni del melodramma. [omissis]

Origini di riti e conforti nelle confraternite “di giustizia” nel medioevo.
 

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